Lettere in rete by dasar
Lettere d'amore, di saluto, di commiato, di augurio, di scuse; a parenti, politici, sconosciuti, amici, fidanzati, amanti, fantasmi ... insomma lettere di tutti i tipi e per tutti i gusti scritte da tutti noi o lette sui libri che amiamo.
Scrivete perché vi piace l'idea o per condividere una esperienza o un'emozione, per riannodare vecchi legami o per spezzarli definitivamente, oppure per cercarne di nuovi.




domenica, 09 luglio 2006

Appello

Cari bloggers, vi chiedo di acquistare Il Manifesto,  che sta attraversando l'ennesima crisi finanziaria. Anche se poi non lo leggerete, o anche se le vostre opinioni non coincidono con le sue. Avrete contribuito a tenere in vita un giornale libero, senza condizionamenti dettati da partiti e/o azionisti.
Grazie
Miraggi

lettera di miraggi | 09/07/2006 19:52 | commenti (3)
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giovedì, 22 giugno 2006

SUD EST 

 Vagabondaggi estivi

di un settentrionale in Puglia

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Cari amici vicini e lontani,

 dalla prossima settimana sarà nelle librerie italiche (oppure bisognerà, eventualmente, ordinarlo) il mio libro < SUD. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in  Puglia >, edito da Palomar, con prefazione del sociologo Franco Cassano.

 

Qui sotto ci sono la scheda e la prefazione.

 

Il libro dalla prossima settimana si potrà acquistare anche attraverso il sito della casa editrice ( http://www.edizioni-palomar.it/ ) e nelle librerie on line, come http://www.internetbookshop.it/ .

 

 

EDIZIONI PAL˜MAR

di Alternative srl

www.edizioni-palomar.it

 

 

COLLANA:     altreStorie                                

 

TITOLO:         SUD EST – Vagabondaggi estivi

di un settentrionale in Puglia

 

con prefazione di Franco Cassano

 

AUTORE:       Marco Brando

 

PREZZO:        € 14,00

 

PAGG.:           176

 

ISBN:              88-7600-169-7

 

 

 

IL LIBRO: SUD EST nasce da un'inchiesta giornalistica condotta sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno», dorso di cronaca pugliese distribuito col «Corriere della Sera», nel corso delle estati 2004 e 2005.

Lo scopo è quello di descrivere e raccontare - con spirito critico e una buona dose di ironia - luoghi più o meno turistici, personaggi di ieri e di oggi, fenomeni di costume, radici storiche, pregi e difetti della Puglia (estiva e non solo) e dei pugliesi.

Sono due gli itinerari principali: un primo percorso lungo gli oltre 800 chilometri di costa; il secondo «dentro» la Puglia, attraversata da sud a nord senza mai toccare il mare. Completano il testo due «fuori rotta»: una notte su un peschereccio in compagnia dei pescatori di Molfetta; un viaggio attraverso gli scenari incantevoli percorsi dalle Ferrovie Sud-Est.

Un viaggio intenso, divertente, ricco di riferimenti alla storia e al costume, raccontato da chi non nasconde di subire il fascino di questa regione così bella e complessa. Tanto che il suo racconto si conclude con un augurio: «Arrivederci, Puglia. Abbi cura di te».

 

L’AUTORE: Marco Brando è nato a Genova Sampierdarena nel febbraio del 1958 e ha un albero genealogico piuttosto variegato.

Dal 1982 ha cominciato a scrivere per «L’Unità» come corrispondente da Pavia; per poi lavorare nella redazione di Milano del quotidiano, prima come redattore e poi come inviato, fino al 1998 (con un biennio di parentesi a Roma), dedicandosi soprattutto alla cronaca giudiziaria e in particolare all’inchiesta «Mani pulite».

Dopo un’esperienza nelle vesti di autore del programma «Film Dossier - Linea d’ombra» a Mediaset e dopo un anno e mezzo di lavoro per «Tv Sorrisi e Canzoni», dal novembre 2000 fa il giornalista a Bari nella redazione del «Corriere del Mezzogiorno» dove, tra l’altro, risponde ai lettori nella pagina «Lettere - La voce del cittadino».

 

 

 

Via Nicolai, 47 – 70122 Bari

Tel.: 080/5227262 – Fax 080/5227250

e-mail: palomar@alternativesrl.191.it

P.I. 05372730720

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PREFAZIONE

di Franco Cassano

L’eterna incompiuta

Ormai da decenni la Puglia è sospesa nel limbo.

Di essa nel mondo e in Italia si alternano due immagini,

quella ottimistica e speranzosa della «California

del sud» e quella opposta, di una Puglia risucchiata

dalle sue deficienze e patologie. E questa continua

oscillazione tiene in sospeso una terra che sembra

sempre sul punto di decollare e di accentuare la sua

differenza rispetto al Mezzogiorno, ma è costretta,

dopo qualche ebbrezza, ad accorgersi che le sue ali

sono fragili o bruciate; e sente ritornare il peso di vecchi

incubi, la disoccupazione, l’esodo dei giovani più

capaci, il peso crescente della malavita, eccetera.

Questo continuo stop and go sembra un destino invalicabile,

un limbo nel quale la Puglia è condannata a

rimanere per sempre, rifluendo nel ruolo di eterna

incompiuta: da un lato essa è troppo diversa dallo stereotipo

dominante di un Sud fermo e addormentato,

dall’altro il suo dinamismo è pieno di false partenze, e

ogni volta dopo uno scatto bruciante, arriva l’affanno.

Quest’alternanza continua non è solo una successione

nel tempo di euforie e delusioni, ma, come testimonia

il libro di viaggio di Marco Brando, è una dissonanza

che si incontra anche nello spazio, perché

capita di ritrovare entrambe le facce a pochi metri o

chilometri di distanza l’una dall’altra. Il cemento

bracca continuamente la bellezza, e non appena la

decenza e la legge guardano altrove (e capita troppo

spesso), la degrada e la deturpa: le cabine sulla spiag-

gia diventano case, avviando quella spirale dei condoni

che ha saldato piccoli e grandi interessi, società

«incivile» e politica in un blocco sociale tanto vorace

quanto resistente. Ma accanto all’affollamento distruttivo

esistono ancora «bellezze da sogno ignorate»;

oppure capita di scoprire che la tutela del Gargano, la

sua sottrazione alla ferocia cementizia, la si deve non

solo a un ente preposto alla tutela dell’ambiente, ma

moltissimo all’Eni, che a prima vista sembrerebbe il

suo peggior nemico. E il libro è pieno di scoperte

come queste, di accostamenti sorprendenti.

Brando viene dal Nord ed è arrivato in Puglia per

ragioni di lavoro. Questo viaggio nasce dal desiderio

di conoscere un territorio sconosciuto, di guardare da

vicino i luoghi e le persone di cui ogni giorno si parla

sulle colonne del giornale. I suoi resoconti ripropongono,

nelle descrizioni e negli stati d’animo del viaggiatore,

questa alternanza continua tra le promesse e

le delusioni, la scoperta della ricchezza insospettata

delle storie, della bellezza dei luoghi, dell’intraprendenza

delle persone e la delusione per le diserzioni

dello spirito pubblico, per un assalto alle coste e al

mare, che diventa l’inquietante metafora del rapporto

con il bene pubblico e dell’assalto particolaristico alle

istituzioni.

Nel libro, che volutamente trascura le grandi città

per attraversare la Puglia minore, questo alternarsi di

emozioni e di scoperte non fa che accentuare la rabbia.

Non si è di fronte a una stasi che uccide lo spirito,

recidendo la speranza, ma neanche a un dinamismo

stabile, che permette di distogliere lo sguardo,

sicuri che poi tutto continui a funzionare per il

meglio. La Puglia che Brando attraversa, in questi

anni diventata nota nel mondo, è la Puglia del Salento,

della Valle d’Itria, del Gargano oppure è la Puglia più

riposta della Murgia e dell’Appennino. Ma anche in

questa nuova immagine, che, tramite i nuovi strumenti

di comunicazione, rende noti nel mondo i nostri

luoghi e attira i turisti, torna a riproporsi, come una

condanna, l’oscillazione. La riscoperta dei luoghi, del

territorio e della tradizione è un nuovo punto di partenza

oppure una ritirata, la ricerca di un piccolo

lucro alle spalle di un mondo che ci sorpassa e ci sfugge?

È l’inizio di un nuovo equilibrio tra modernità e

tradizione oppure è un chiudersi nel piccolo cabotaggio,

nello sfruttamento feroce del territorio, una vendita

all’incanto senza pudore e misura?

Ovviamente Brando non si propone di rispondere

a questa domanda, e il suo libro, molto saggiamente,

si fa prendere dal ritmo della scoperta, della meraviglia,

della cronaca, delle osservazioni di chi è solo di

passaggio, e per questo è più sereno sia nei riconoscimenti

che nelle critiche. Ma sembra anch’esso alla

fine suggerire una morale ai pugliesi: possedete una

terra bella e varia, ricca di caratteri e di lingue, di

chiese e di mari diversi, in una posizione di collegamento

che si respira anche soltanto ripercorrendone

la storia. Non fatevela sfuggire dalle mani, sfruttatela,

ma con saggezza e gentilezza, non ripiegate sul piccolo

cabotaggio, che vi fa rimanere sotto costa, osate un

po’ di più. Lo scetticismo non è realismo o prudenza,

ma solo mediocrità e paura di volare. Se rinunzierete

a rischiare, rimarrete sempre a metà strada, eterni

incompiuti, che continuano a oscillare tra grandi racconti

ed epiloghi di terz’ordine.

 

lettera di Menelao | 22/06/2006 21:42 | commenti (1)
mare, altro, turismo, puglia

mercoledì, 17 maggio 2006

Ti ho visto due sere fa, tornando a casa dopo una bella serata. Ero stanca e l'autobus era pieno. Stavo in piedi e tu eri seduto proprio vicino a me. Di ritorno da un matrimonio, era evidente. Abito blu grigio gessato, forse un filo pesante per la stagione, camicia bianca ormai sbottonata, i polsini che uscivano dalle maniche della giacca e che probabilmente erano chiusi da un paio di gemelli. Un uomo piacente, ho pensato, capelli corti, sopracciglia folte, scuro. In mano reggevi una sorta di pacchetto avvolto in carta crespa bianco avorio, forse una bomboniera. Era strano vederti lì da solo, di solito si va in coppia ai matrimoni. Allora mi è venuto un pensiero strano. Ho immaginato che tu fossi lo sposo e che qualcosa fosse andato storto, tanto da farti tornare a casa da solo, senza la sposa. Perchè? La cerimonia doveva essersi svolta regolarmente. Poi però era accaduto qualcosa, verso la fine della festa, quando tutti erano già stanchi e forse ubriachi. Doveva esserci stato un giardino, vicino alla sala da pranzo. Con la musica e la gente che ballava e prendeva il fresco. Era molto caldo, quella sera. Forse ad un certo momento avevi sentito il bisogno di uscire a prendere una boccata d'aria, o a fumare una sigaretta. Di stare un po' da solo, dopo quella giornata in cui eri stato uno dei due protagonisti, sempre sotto gli occhi di tutti. Brindisi, battute, baci, taglio della torta, fotografie. Forchette che suonavano i bicchieri. Ti eri seduto su una panchina, nel giardino, e avevi chiuso gli occhi un momento. La testa ti girava. Avevi sentito un fruscio tra gli alberi. Due voci sommesse. Una risata. Un sospiro. Cosa stava succedendo? Ti eri alzato, allora, e ti eri diretto verso quei rumori.
Hai visto solo un abito bianco, che nessun altra avrebbe potuto indossare. Lei, tua moglie, che ti aveva giurato fedeltà appena poche ora prima, ora stava baciando con passione uno dei tuoi amici. Lo baciava, poi sollevava la testa e lui affondava le labbra sul suo seno, agevolato dalla scollatura profonda dell'abito bianco di seta.
Ti sei girato e te ne sei andato. Non hai pensato a niente, solo ad andartene. Hai sciolto il nodo della cravatta, strappato i gemelli, aperto i primi bottoni della camicia. Sei uscito dal ristorante e hai aspettato che passasse un autobus.
Ora ti stai alzando dal tuo sedile. Mi passi vicino e percepisco quel sentore che ha un uomo che ha bevuto e mangiato abbondantemente. Scendi dove c'è un parcheggio. Ora vai a casa, e ti metti a dormire.

lettera di miraggi | 17/05/2006 23:12 | commenti (3)
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giovedì, 09 marzo 2006

salvare crodo?

Car* lumicino, vorrei aiutarti a salvare Crodo.
Cordialmente,
(firmato)

lettera di MaxMem | 09/03/2006 23:09 | commenti (1)
altro, saluto, commiato

lunedì, 06 febbraio 2006

Le lettere e i loro destinatari

Incredibile quanto sia potente l'influenza che l'opinione altrui puo' avere su quello che si fa o non si fa.
Prendiamo l'esempio, visto che siamo in tema, delle lettere.

Quante volte si scrivono cose che poi non si mandano, per svariati motivi.
Ci si sente un po' scemi, perche' tutto sommato lo si sa, ci sono cose che andrebbero dette, che andrebbero scritte. L'esempio piu' lampante e' naturalmente quello delle lettere d'amore, ma la cosa puo' spaziare in campi come l'amicizia (lettere di rimpianti, consigli, semplici pensieri) e l'odio (opinioni inespresse, ipocrisia). Ma di che abbiamo paura?

La necessita' di spiegarsi, la voglia di non complicare le cose, la pigrizia, la paura a volte sono tante le cose che ci frenano, e che lasciano i nostri pensieri imprigionati nella nostra testa, o in fogli di carta che il destinatario non avra' mai modo di leggere.
E' pensando questo che, qualche tempo fa ho cominciato a cambiare atteggiamento. Mi son resa conto che a volte e' meglio complicare le cose, pur di renderle alla fine chiare.

Avevo sottomano una lettera indirizzata al cugino della mia migliore amica, contenente una serie infinita di patetismo e spiegazione di sentimenti assolutamente autoindotti ed esagerati, che in realta' piu' che una leggera attrazione fisica ed una spiccata intesa ,ormai perduta in quel disastro di fregnacce che mi ero fatta in testa, non era.
Ma lui doveva saperlo, perche' non era giusto.
Era quello che pensavo di provare, e se queste cose non si dicono alle persone per cui le si provano, e' come voler bene a un gatto , nutrirlo ma non coccolarlo. E' uno spreco di affetto.

Ho deciso semplicemente di smetterla di frenarmi, di dire stronzate pur di compiacere gli altri, di lasciarmi trascinare a fare cose, solo perche' non voglio che si pensino di me determinate cose. Tanto alla fine si pensa anche di peggio quando ci si comporta cosi', fanculo.
Non volevo rovinare un altro rapporto sociale, ne avevo gia' massacrati abbastanza, c'erano gia' troppe cose da dire e da spiegare che, inizialmente non comprese, non mi sara' mai dato modo di spiegare nuovamente, e nuovamente ancora finche' il destinatario non ci arriva, con tutta la fatica emotiva e fisica che comporta il processo.

Agire in maniera pessima per non agire in maniera pessima. Non e' un terribile controsenso?

Da quando ho preso ad esternare e parlare ad ogni costo, molte cose si sono sistemate, altre si sono rotte, ma nessuna e' piu' rimasta un ricordo rattoppato con lo scotch, tutto e' sempre stato chiarissimo. E le cose che si sono sistemate sono tantissime rispetto a quelle rotte.

Di rapporti, amicizie e conoscenze approssimative ne ho abbastanza pieni gli "zebedei", e guardo le lettere mai spedite con pieta' ed un po' di rimpianto.
Non spedirle non e' servito mai a niente, alla fine.

lettera di delsys | 06/02/2006 14:32 | commenti (9)
altro, amici, sentimenti

giovedì, 03 novembre 2005

A volte sai, ci piacciamo cosi' tanto, perche' da tutto ci lasciamo travolgere ed emozionare, che sia positivo o negativo, vogliamo vivere tutto con un'intensita' unica, solo e soltanto nostra, fino in fondo.

Altre volte penso che la vera saggezza stia nel far scivolare via, senza trattenerle, le cose che ci risultano piu' sgradevoli e graffianti, forti del fatto che in fondo non sono che un minuscolo momento della nostra vita, e tutto prima o poi, che lo si trattenga o meno, scorre.

Serve la forza di chi davanti a delle corna improvvise con bambino, sorride dolcemente e fa "ma potevi almeno usare delle precauzioni", e poi se ne va fischiettando, come se avesse avuto a che fare con un idiota e non con la persona che ha eletto erroneamente a sua meta'.

Con la semplicita' di chi sa che c'e' altro che lo aspetta, e non e' il caso di perdere tempo.

Assaporando i momenti belli e lasciando scivolare i momenti brutti, si sarebbe cosi' tanto forti e speciali che, in fondo, non ci riesce mai nessuno. Perche' quelli brutti sembrano sempre piu' forti, e la sofferenza, l'orgoglio ferito, l'incomprensione, sono cose che esistono e non ci si puo' far niente.

Ma se un giorno, astro lucente, guida della notte, riusciro' a scavalcare quei pugnali che vogliono lasciarmi le amarezze cosi' tanto impresse nella carne, sappi che se vedrai una persona dalla pace inscalfibile, quella saro' io.

E a chi ha tentato due secondi prima di farmi saltare per aria con un grosso candelotto di dinamite, offriro' una cicca e diro' "Cazzo amico, ti e' andata male. S'e' spenta la miccia." restituendogli la bomba e allontanandomi con le mani in tasca.

...Invece di tentare di strappargli la pelle a morsi e a parolacce.

lettera di delsys | 03/11/2005 13:01 | commenti
altro, amici

giovedì, 09 giugno 2005

Teoricamente sono sparita, praticamente no.
Ho trascorso giornate di ponti attraversandoli con l’allegria e l’entusiasmo che regala il poter fare ciò che oggi desidero più di ogni altra cosa e con la malinconia nel doverlo lasciare ogni volta che arrivo alla fine della campata…
Ho trascorso giornate di sole e di pioggia, di vento e di lampi, di silenzio e di frastuono.
Ho camminato fra paesaggi mozzafiato ascoltando solo la mia anima. L’ho vista un po’ fragile, un po’ triste, ma l’ho sentita unica e molto mia. Ho contato uno ad uno i miei errori provando a riconoscerli da quelli che non mi appartengono.
Sono giornate che mi trovano a volte rannicchiata nella mia sfera, abbracciando le ginocchia e sfiorandole con la punta del naso, mentre due gocce lente e calde scivolano fino alle caviglie.
Mi sto cercando, girandomi attorno, e qualche volta, forse troppe, lascio uscire un braccio da questo vortice desiderando che, in quel turbinare cieco, la mia mano possa essere stretta da chi sa bene come abbracciarmi e farmi rallentare. Ma non sempre ci sono per chi mi cerca…….e non sempre c’è chi cerco…..  e non sempre si deve aspettare qualcuno. E allora mi anestetizzo percorrendo i miei labirinti, guardando il cielo e pregando  che il tempo scorra veloce senza darmi il modo di pensare. E mentre il tempo scivola via  congelo le mie emozioni per non farle uscire dal mio vulcano. La lava ricopre col suo manto bollente e brucia ogni forma di vita racchiudendola in sè….ed io non voglio…non voglio che accada.
Sono giornate in punta di piedi sui sassi che fanno capolino dalle acque di un fiume in piena.
Sono giornate cariche di riflessioni, a volte serene a volte confuse.
Sono giornate in cui ho bisogno di ricostruire lentamente quell’intonaco che in qualche punto ha ceduto. Ho bisogno di farlo nei miei tempi e modi.
Sono giornate nel bozzolo mentre stanno rinascendo le mie ali, ogni volta più belle, ogni volta più forti, ogni volta pronte, vogliose di riprendere il volo e di farsi baciare dal sole…
 
P.S.:
Non saper fingere forse significa non saper cosa sia la verità. Il bello è che non penso esista una verità assoluta bensì una verità soggettiva che ognuno promuove come assoluta. L’importante dovrebbe essere il non mentire a se stessi nel farlo. E non esiste un sesso che non lo sappia fare…
S.

lettera di nonsoloparole | 09/06/2005 23:40 | commenti (1)
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Lettera a un elettore.

Perchè votare 4 sì?

Domenica 12 e 13 giugno finalmente si vota.
Finalmente ci si conta, penseranno in tanti: vedremo se prevarranno i sì o coloro, invece, che desiderano mantenere la legge 40 così com'è, con tutti i suoi bravi limiti e divieti che rendono la fecondazione assistita una gimcana inestricabile, una sorta di percorso a ostacoli.

Ecco, il punto è che questo referendum è truccato: andremo a votare, chi lo farà, del tutto sensatamente, certo; per dare una testimonianza, innanzitutto.
Ma nessuna conta, alla fine, sarà realmente possibile: una delle due parti in campo, infatti, ha preferito giocare d'astuzia, e, anzichè confrontarsi sul terreno di gioco, ha deciso di portarsi via il pallone.
In campo, domenica 12 e 13 giugno, ci sarà solo una squadra: quella dei Si'.

Che singolare domenica: in città, impegnati a difendere la legittimità del proprio diritto di scegliere cosa fare del proprio corpo e della propria riproduzione, una metà del paese(speriamo almeno una metà). E l'altra metà del paese, la stessa domenica, al mare, al fiume, al lago o in qualsiasi altro luogo dove la propria coscienza possa meglio tacere, e la testa possa meglio essere messa sotto la sabbia, per obliterare del tutto il problema del voto con tutto ciò che comporta.

Un modo di dire no alquanto singolare, questo: un modo di votare, attraverso il menefreghismo, la distrazione, l'oblio, che si contamina fino a confondersi del tutto con quel no solito e nauseante di quelli che a votare non ci vanno mai, "tanto a che serve" - il 20-30% di persone che in qualsivoglia elezione risultano sempre tragicamente assenti, dolorosamente assenti come gli abitanti di una atlantide introvabile.

Come si può accettare, se si è onesti intellettualmente, di confondersi con chi usa un trucco del genere, per far prevalere le proprie posizioni?

E' innanzitutto per questo che io vado a votare e voto 4 sì.
Io non sono di quelli che si compiacciono, dei progressi della scienza. Le magnifiche sorti e progressive della tecnica mi suscitano ben poco emozioni, e, tuttavia, nessun rimpianto. Vedo estendersi sul regno del reale le grandi maglie di ciò che la filosofia ha chiamato il Gestell, il dominio dell'imposizione: un potere oscuro e indecifrabile si impossessa del reale per manipolarlo espropriandolo sempre di più al nostro controllo diretto. Per restare specifici: noi non sappiamo cosa ne sarà dell'uomo, quando quest'uomo sarà fabbricato, come sempre più spesso accadrà, mediante gameti artificiali, in uteri artificiali, con processi di concepimento, gravidanza e parto sempre più artificiali e disincarnati.
Noi non lo sappiamo e non abbiamo alcuna possibilità di prevederlo.
La scienza e la tecnica seguono un loro corso, che in realtà neanche gli scienziati stessi conoscono e sono in grado di controllare: la locomotiva va, sempre più veloce, e la direzione è completamente ignota.

Tuttavia, non saranno certo leggi, tantomeno la provincialistica legge 40, a poter imporre un limite, un freno, e nemmeno una direzione, a questa corsa sfrenata e imprevedibile, che la tecnica ha da tempo intrapreso.
Anzi: questi limiti improvvidi e assurdi, che la legge 40 ha tracciato qua e là generando più confusione che chiarezza, rischiano di ottenere un solo risultato: che la ricerca proseguirà ancora più incontrollata e più sfrenata, laddove essa resta possibile, in altri paesi del mondo. Chi oggi non può più fare ricerca qui, si sposterà altrove; chi oggi non può più partorire artificialmente qui, si sposterà altrove, portando soldi, idee e energie in paesi dove gli scienziati non devono rendere conto a nessuno, di ciò che fanno, e dove nessun potere di controllo ha effettività e possibilità di intervenire.

Votare 4 sì è dunque innanzitutto una scelta, come dire, igienica: un tentativo di ripulire il campo da illusioni e confusioni, che si sono prodotte nella speranza di intorbidare le acque cercando di far dimenticare, che in realtà già oggi nulla può fare, il legislatore italiano, per direzionare il corso della ricerca scientifica e dell'evoluzione delle terapie mediche.
Siamo completamente impotenti: è la tecnica che sceglie per noi, e quel che ci resta da scegliere - l'etica, la possibilità stessa del nostro soggiorno su questa terra - è un campo sempre più ristretto, uno spazio sempre più limitato.

Solo la nostra congenita e totalitaria presunzione ci può far credere che domenica siamo chiamati a decidere quando comincia la vita, o cosa è una persona, o quali devono essere i limiti della ricerca scientifica.

Domenica, in realtà, si vota solo per farla finita - con sincerità, votando sì -  con la ridicola illusione di poter decidere qualcosa, in cose del genere, in cose in cui è solo la tecnica, nella sua anonima corsa, a decidere per noi.

lettera di kaspar | 09/06/2005 20:01 | commenti
altro, referendum

martedì, 12 aprile 2005

Caro lettore.

Caro lettore,
il mio blog sta per chiudere, perchè nessuno lo legge.

Il mio blog tratta di attualità, politica, cultura, sesso, tutte cose che ti stanno sullo stomaco e che io rumino, digerisco e assimilo, per te.

Se vuoi salvare il mio blog, leggimi, linkami, spargi la voce. Domenica 17 aprile, se il mio blog non avrà raggiunto 3500 visite, verrà inesorabilmente e definitivamente chiuso.

lettera di kaspar | 12/04/2005 09:01 | commenti (12)
altro

martedì, 05 aprile 2005

Cara amica,
è bello sapere che ci sei, che mi pensi, che ti interessi a me, senza nessuna curiosità negativa.
E’ ancora più bello leggere le tue risposte, i tuoi commenti, i tuoi suggerimenti; vere perle di saggezza.
Vorrei poter rispondere in modo esauriente, ma per farlo rischierei di annoiarti. Proverò a sintetizzare sperando di lasciar trasparire con uguale chiarezza il mio pensiero.
Insegnare oggi è difficile tanto quanto lo era molti anni fa,  perché l’insegnamento è un lavoro molto delicato; non si forgiano le menti come si realizza un qualsiasi altro lavoro.
In modo particolare per me è difficile, perché ho sempre cercato di insegnare seguendo non soltanto il metodo che ritengo migliore, magari adattandolo alle diversificate necessità, ma soprattutto perché mi sono sforzata di far comprendere che non c’è nessuna verità precostituita, che è giusto mettere in dubbio, osservare, controllare, verificare e confutare se necessario.
Ma le difficoltà maggiori provengono dall’eccessiva burocratizzazione, tanto inutile quanto noiosa e dall’atteggiamento che la società ha nei confronti della scuola; parlo soprattutto dei genitori che spesso sembrano meno maturi dei propri figli.
Ma qui mi fermo, non mi sembra opportuno dilungarmi su un argomento che coinvolgerebbe altro e altro ancora, in realtà è cambiato il senso della famiglia, ma la stessa famiglia è abbandonata ai suoi problemi dalla intera società.
Mi chiedi se credo di aver realizzato i miei sogni, se mi sento soddisfatta…
Sai? E’ difficile rispondere con esattezza.
Talvolta mi sembra di aver realizzato abbastanza, altre credo di aver trascorso la mia vita nel nulla, di non aver fatto assolutamente nulla.
Se questa mia convinzione, da una parte soddisfa il mio desiderio più grande che è quello di passare inosservata, ma non nel senso che a ciò attribuisce Confucio “ Allontanarsi dal mondo, restare sconosciuti e non avere rimpianti: a questo può arrivare solo l’uomo superiore”, perché non ho la pretesa di essere superiore. Dall’altra parte il mio credo mi mette in crisi, mi crea ansia l’idea di dover rendere conto dei “talenti” a me dati: li ho resi fruttuosi o li ho nascosti credendo di custodirli nel modo giusto?
Ho  fatto tutto quello che mi era possibile o sarò accusata di “omissione”?
Quanto ai sogni, mia cara, non sarebbero più tali se fossero realizzabili.
Diciamo che ho esaudito più di qualche desiderio, ma i sogni…
E poi i sogni spesso sono mutevoli, come nuvole leggere che passano, tu le guardi incantata nell’azzurro e il vento se le porta via.
So di non aver risposto a tutti i tuoi interrogativi, magari ne riparliamo a voce; lo sai bene che mi piace comunicare guardando negli occhi.
Ti saluto con infinito affetto e, per farti comprendere quello che adesso desidero, immaginami su un’altura, sola, tramonto infuocato, vento nei capelli…guardo quanto di bello c’è intorno, dilato i polmoni e aspiro gli odori, sollevo le braccia al cielo… ho voglia d’infinito!

 

lettera di Symphony | 05/04/2005 12:10 | commenti
altro, amici, sentimenti

domenica, 13 febbraio 2005

Il mio viaggiare

 

Questa sera la strada somigliava ad un tappeto mal steso,costellato di pieghe nate dal piede di un passante ditratto.Più semplicemente i miei occhi erano stanchi.Mi domando sempre perchè le autostrade siano così poco illuminate. Questo mio viaggiare mi fa sentire un centimetro distante da ogni cosa: dalla normalità, dall'equilibrio,dalla naturalezza e dalla completezza. Mi sento tutto e niente.Come avere le mani piene di sabbia:traboccano ma solo in apparenza;i granelli scivolano velocemente lasciando solo uno sporco di polvere. Ma viaggiare mi fa anche sentire più potente, perchè mi concede il ritorno che mi permette di vedere con occhi nuovi le cose che ho lasciato e le persone che ritrovo. Credo che il distacco dia valore alle situazioni che lo meritano e ridimensioni i mostri di ogni giorno. Mi chiedo se il mio viaggiare sia il mio equilibrio; il mio frequente bisogno di essere altrove per avere altre realtà ed altre persone con cui rifugiarmi, per poi fare ritorno fino al prossimo scalpito. Forse a volte quello che crediamo di rincorrere non lo avremmo mai semplicemente perchè non lo vogliamo.

lettera di Cathtrine | 13/02/2005 21:54 | commenti
altro

mercoledì, 19 gennaio 2005

Cantico del candidato onesto

 Sto per andare ad un colloquio, ma se devo dirla tutta non ne ho proprio voglia, e anche se so che scrivendo questo scritto probabilmente faro' tardi, non mi interessa piu'. Quanto sento lontana quella gioia per l'offerta, quella curiosita', quella fede nelle mie capacita'. Son passati due anni da quando ho smesso di studiare, sicura di saper fare un lavoro, ma senz'altro che un'esperienza che potesse dimostrarlo.

I primi colloqui sono stati uno sfacelo. Ansia, nervi, balbetti, niente da chiedere di piu' di quello che i selezionatori dicevano. Poi, quella che chiamano esperienza ed io chiamo noia mi ha insegnato a prenderla con filosofia. Vado al colloquio, ma non c'e' bisogno piu' di tanto di mettersi in ghingheri, basta essere in ordine. Sorrido, dico due o tre parole oneste, e via. Niente.

Ora lo so, lo so che sto sul cazzo alla gente come prima grande impressione, e' un dato di fatto, e mi ostacolera' a vita. Il fatto stesso che non ho alcuna intenzione di "programmare" il mio atteggiamento (oh cazzo, sto accavallando le gambe! E' segno di chiusura!) per "vendermi" meglio al selettore del personale. Questa grande figura esperta i cui trucchi alla fine possono imparare anche i candidati, basta farsi un giro su internet o leggersi un libro per sembrare delle perfette, adeguate, sicure di se', cordiali, colloquiali macchine stakanoviste. L'idea mi fa quasi paura. Dal mese in piu' sul curriculum, alle esperienze fantasma esagerate, al tacco non troppo vertiginoso, mani che gesticolano ma non troppo, che non toccano mai naso, capelli, l'altra mano stessa. I piedi che non battono, il sorriso smagliante ed imperturbabile. Ho paura del carisma della gente, molto spesso e' cosi' falso... E' come prendere in giro.

Non che non sia stata presa in giro piu' volte, come candidato, da dei selettori. Perche' in prima istanza non hanno le palle (o il tempo... ma mi sembra sia il loro lavoro anche quello) di dire le cose come stanno se poi non ti prendono. Ti promettono il cielo e poi se il cliente non ti vuole ti dicono di aspettare una settimana finche' non ti rompi le balle e li mandi al diavolo, che tu ce li mandi davvero o soltanto mentalmente. Ti danno una scadenza entro la quale "se non ci sentiamo non sei preso", e intanto ti ci fanno sperare. Ti trattano come risorsa umana, non e' una parola terribile in realta'? A doppio taglio: sei importante in quanto risorsa. Ma sei una risorsa non un essere. Umana, ovviamente. Da sfruttare e far fruttare al meglio delle proprie esigenze. Mi sembra anche giusto.

Il mio lavoro e' morto ai tempi d'oro del boom informatico, io sono un help desk NON telefonico, uno di quei tecnici che aiuta l'utente di un negozio, o il tipo alla scrivania di un ufficio, a risolvere gli ovvi piccoli problemi in cui puo' incappare, che sia esperto o meno. Quello da cui porti il pc, o che chiami per sistemarlo. Assemblavo anche, si, era molto bello, gratificante. E' una figura che senz'altro serve ancora, ma e' stata come dire "assorbita" da varie altre mansioni.

L'help desk in ufficio lo fa il sysadmin, tanto lo sa fare, che gli costa aiutare un utente o due? In realta' non calcolano che molto spesso i sysadmin e in generale i sistemisti di un'azienda si scocciano a star dietro a gente che non capisce un cazzo, perche' in prima istanza non e' il loro lavoro, e in secondo luogo non hanno neanche tempo per stargli dietro piu' di tanto. In questo modo l'efficienza del tutto si riduce e si rende piu' "macchinosa", meno umana. Quanto e' bello quando invece all'utente magari stai dietro mezza giornata, ma il problema glielo risolvi, gli spieghi come evitarlo eventualmente, gli fai vedere cosa fai, magari durante procedure particolarmente lente ci chiaccheri se non ha del lavoro da sbrigare, e  riconoscente alla fine ti offre il caffe' e ti parla quando ti incontra fuori dall'ufficio, dice ai colleghi "Ma che gentile la Diana, che brava!"... per me una cosa simile non ha prezzo.

L'help desk in negozio invece lo fa il commesso, o lo portano a qualche societa' di consulenza che assume qualche poveretto per qualche mese, e poi lo cambia ogni volta, per chissa' quale effettivo guadagno economico, oppure se ne va per i fatti suoi perche' si sente, giustamente, "precario". E per lavorare li', guai. Unix, programmazione, bella presenza... Perche' anche li', devi fare un po' tutto, non c'e' piu' il lavoro "nello specifico", ti arrivano "clienti" (che poi sono i clienti di interi negozi quindi contatto diretto zero, se non con gente volutamente dispotica ed indisponente, sfiduciata, che vuole un lavoro fatto bene e in fretta "no matter what") di ogni tipo, e meno si e' a curarsi delle cose piu' qualcuno ci risparmia. E porca vacca.

Fra un po' creeranno il sistemista panificatore. Cosi' oltre a sistemare il pc della cassa fa anche il pane. Che figata.

Sono davvero amareggiata.

Non che non ci sia lavoro, ma i disperati per strada sono cosi' tanti che alla fine se lo prende sempre qualcun'altro, piu' furbo, piu' bravo o semplicemente piu' simpatico di me, tanto che stavo pensando seriamente alla pasticceria come possibile carriera a questo punto. E cio' che resta sono offerte cosi' umanamente improponibili che non se le piglia nessuno, proprio nessuno. Tanto improponibili che neanche fiori di gente che per lavoro sa venderti e propinarti bene le cose riesce a fartelo sembrare anche lontanamente possibile. Due lire per andare in capo al mondo (mezzi non retribuiti) a fare un lavoro di merda con orari improponibili, durante i weekend, durante le feste, durante praticamente tutto l'arco della propria vita (con evidenti problemi ad organizzare il sonno e la vita sociale di conseguenza), e per giunta in continuo "traballare" di tot mesi in tot mesi, non sapendo niente della fine che si fara', chesso', il giorno dopo.

Andate al diavolo stronzi.

Non ho idea di cosa mi proporranno, ma ho come l'impressione che tornero' a casa con le palle ancora piu' girate.

E pensare che le palle io un tempo non le avevo, ne' fisicamente (quelle non le ho tutt'ora grazie al cielo), ne' metaforicamente...

lettera di delsys | 19/01/2005 10:44 | commenti (2)
altro, politici, rimpianto

venerdì, 31 dicembre 2004

silenzio

Silenzio per la notte di capodanno.


Tutto continuerà ad andare avanti e facciamo in modo che sia meglio di
prima...ma un attimo del nostro tempo dedichiamolo a loro, e accorgiamoci
su quanto sia importante cogliere l'entusiasmo di ogni singolo momento
della nostra vita.
QUESTA E-MAIL sta girando per ogni persona... non fermarla tu.

In memoria e rispetto delle decine di migliaia di vittime dello Sri Lanka,
Maldive, Thailandia, Indonesia, India, colpite così duramente dal
terremoto nel giorno di Santo Stefano,

per la notte dell'ultimo dell'anno non sparare i soliti botti di festa.

Perché il tuo mondo non è in festa.
Restiamo in silenzio e spendiamo meno soldi

per una notte che per milioni di persone sarà solo un'altra notte di
silenzi e miseria.
Devolvi i tuoi soldi per l'ultimo dell'anno alle associazioni che li
stanno aiutando...

all'Unicef, alla caritas, alla croce rossa, alle iniziative dei TG e
giornali.
Fai girare questa mail.
Proponiamo tutti un silenzio che urli più forte di un milione di fuochi
d'artificio.
Proponiamo di spendere meno in futilità mentre il mondo muore.
Perché noi possiamo scegliere di farlo.

clicca

Felice Anno Nuovo

da

Sofia
































lettera di Sofiluisa | 31/12/2004 12:15 | commenti
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lunedì, 29 novembre 2004

Lettera a Nessuno

Io scrivo a Nessuno.
Che sono tante persone insieme.
Tante sono passate nella mia vita a portare scompiglio, dolore, disperazione, amarezza, confusione.
In un giorno di sole sono entrate per la porta secondaria,... si sono messe là nell'angolo a bere qualcosa... poi si sono fatte più avanti,... piano piano mi sono arrivate vicine... meschine.
E io ho creduto che fossero persone qualunque, mentre spesso erano infidi adulatori, falsi ammiratori che prodigavano apparentemente amore, amicizia, intelligenza e lealtà.
E io come una campagnola che va in città la prima volta mi sono fatta fregare da tutti o quasi tutti...
Tra di loro c'è stato anche qualche stolto ignaro,... qualcuno che appartiene alla categoria "Delicati e sensibili come la pelle di un elefante africano" [con tutto il rispetto per gli elefanti africani che io adoro]... qualcuno che non capenso un cazzo ha fatto come gli altri... è entrato, si è divertito a fare un po' di confusione, creare scompiglio, buttare un po' le cose all'aria,... e poi andare via passando stavolta dalla porta principale e non dalla secondaria.
Sì, scrivo un po' a tutti... e a Nessuno... e forse soprattutto a me.
Per dirmi che si può sempre imparare nella vita e che non è vero che questa gente mi ha aiutata a crescere... No, non sono i bastardi che ti aiutano a crescere..., no... e neanche le disavventure, i guai, i casini, i problemi...
A farti crescere è come metabolizzi, digerisci e poi archivi queste persone e tutte le cose a loro appartenute, con loro condivise, da loro fatte per te e contro di te.
Oggi credo che si cresca rimanendo te stesso ... anche se la perfidia, la cattiveria, la superficialità, la meschinità di queste persone ti hanno sollevato da terra e portato via come uragani, hanno divelto la tue gioie, la tua serenità e le tue certezze.
Oggi credo che sarò grande se e solo se non avrò permesso a questa gente di indurirmi il cuore, di diventare pessimista, fatalista, amara come il fiele, infida e viscida come loro, opportunista...,...,...,...,...
Perché si cresce solo se siamo noi stessi. Altrimenti ci si ferma.
Come ho fatto io.
















lettera di LuxInTenebris | 29/11/2004 02:19 | commenti (2)
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lunedì, 15 novembre 2004

Mi piace tenere per mano le persone e fare in modo che sorridano e mi piace camminare sul lungomare della mia città  la notte, nel silenzio, per poter ascoltare i sogni di chi dorme e vegliare piano affinchè nessuno faccia rumore. Forse sono una stupida, ma questo mi piace davvero e mi fa star bene. Mi sembra, in alcuni momenti, che guardiani dei sogni non ce ne siano più e per questo tante cose vadano nel verso sbagliato, allora io ci provo, ogni notte a tenere stretti i sogni della gente; lo so sembro una scriteriata, ma non mi duole sembrarlo, io ci credo.

Ero molto giovane, quando comprai un quaderno di Smemoranda dalla copertina arancio tenue su cui c'era scritta questa poesia della Dickinson:

Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi

 non avrò vissuto invano

 Se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena

 o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido

 non avrò vissuto invano.

E' l'unica poesia che ricordo a memoria, forse perchè davvero credo in queste parole. Forse è per questo che mi viene difficile trovare la dimensione giusta, forse perchè non mi rendo conto che non può sempre essere così, ne che la gente mi somigli in questa cosa; ma dopo tanti giorni pesanti, poi mi torna in mente questo pensiero e ritrovo quiete, mi rimbocco le maniche e torno a vegliare sui sogni, torno guardiana alla porte della notte.

Stanotte, forse un altro guardiano, ha vegliato su di me, perchè ho sognato queste parole, che all'alba ricordavo chiaramente:

Sono certa che semmai ci incroceremo da un'altra parte, in un'altra vita, in un'altra situazione i nostri occhi sapranno riconoscersi e se avremo saputo dimenticare ci incontreremo ancora....

 Tutto ha un senso nella vita, basta crederci e non smettere mai.

 

lettera di peterpanecampanellino | 15/11/2004 10:38 | commenti (1)
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lunedì, 08 novembre 2004

eilà, anche oggi si fa tardi ma sticazzi e me ne sto a casina mentre sorseggio un cappuccino appena fatto. il caffé di prima mattina è una sostanza scura con dei poteri assimilabili ai miracoli di eudosso e compagnia.
ieri mi sono ritrovato per san giovanni, stavo andando per le vie di garbatella ma un buffo tizio in macchina mi ha trasportato lì. aveva i capelli di dubbio colore. già. parlammo di mare, di professori mai seguiti e di struttura del linguaggio. parlammo di competizione, anche straordinariamente scontata, e delle nuove infatuazioni di ferrara. che ultimamente fa un po' schifo.
già.
ricevo un'altra lettera da moore che stampo e leggerò nei prossimi minuti, mentre abbandono casa e come meta avrò quei noti banchi. dove la gente siede, legge city e scrive al cellulare; di fronte a un prof bizzarro che parla a vanvera di qualche esame. però ho sonno. ancora. e sono persino invaso da qualche oncia di spavento, paura, ansia, tensione. chissà. forse sono le foglie che cammino calpestando. o forse è il non ricordarmi alcune piccole cose.
"la perfezione è un utopia come l'anarchia, ed è per questo che va ricercata". (lo so, era comunicazione, ma poco importa)

dimmi qualcosa, rendimi tranquillo, allontana questo senso del tempo che non smette di vibrarmi attorno. che come l'alito di un biografo mai assonnato osserva le mie piccole azioni nel quotidiano. ho finito il mio latte caldo macchiato di caffé; avrei voglia di the. da sorseggiare con qualche biscotto secco al caffé doria. o a passeggiata di ripetta. magari oggi lo prendo, passando di lì. o magari nn ci passerò, dato che son stanco.

osservo delle fototessere. senza sapere il perché. adoro questi piccoli rettangoli sporchi. lasciano uno strano gusto di lamponi e fuliggine e neve.

se solo sapessi che corsi avrei io di questi tempi. ascolto 'al chiaro di luna', la sonata che il caro ludwig aveva
chiamato 'sotto una tegola', e il cui primo movimento è una marcia funebre per un amico che gli è morto. la stessa sonata che gus ha usato per il suo ultimo film. quello dei ragazzi bellissimi e tremendi, dove una felpa rossa con una croce bianca accompagna la cinepresa in un luogo medievale e dove anche i fotografi non scampano a coloro che dormono su di un letto nel sott'interrato. e giocano. e citano charles. e vincono. e perdono. "ambarapà-ciccì-coccò-tre-civette-sul comò-che facevano-l'amore-con la figlia-del dottore-il dottore-si ammalò-ambarapà-cicì-coccò."
è l'indifferenza che ucciderà l'uomo e l'occidente.
o forse siamo già morti.
noi, bulimici dal ventre piatto.









lettera di psikonum | 08/11/2004 09:40 | commenti (2)
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mercoledì, 27 ottobre 2004

Parole

Parole ... minuscole parti di sé ... trattenute a stento ... sparate perentorie ... ingoiate, amare ...

parole non dette ... parole che vogliono dare corpo a desideri, emozioni, ..... parole che vogliono abbracciare l'altro …

parole: frecce acuminate o balsamo per l'anima ...

fuggono parole dalla mia bocca, i miei denti le trattengono a fatica,

i miei orecchi le vogliono sentire, i miei occhi le vogliono contemplare,

la mia mente annulla la volontà, e son nuovamente libere.

lettera di ruminantepensiero | 27/10/2004 14:29 | commenti (1)
altro, scritte da altri

martedì, 07 settembre 2004

Caro Sig. Putin,
è tutto sbagliato... Tutto tutto sbagliato...

Cordialmente
U.



lettera di kontrasto | 07/09/2004 17:25 | commenti (2)
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giovedì, 26 agosto 2004

Il culmine del contigente

Ciao M.:
il culmine del mio contingente è stato domenica 15 agosto alle 2.40. Sapevo che doveva avvenire. E' avvenuto. Prima sono stato assorbito dalle cure che devi somministrare a un malato e ora sono assorbito dalla burocrazie che segue la fine di una esistenza. E' morta mia madre. Il suo corpo immobile mi ha dato la percezione completa e dolorosa (dolorosa per lo strappo, ma felice per la scoperta) del fatto che il mistero non è nella morte ma nella vita. Lei ormai nell'anticamera della putrefazione, ormai avviata a diventare pura materia, è da viva che si è innamorata di uno sconosciuto, mai visto prima, mio padre, si è accoppiata a lui e mi ha generato, amando lui e me. E' da viva che ha intreccia