Lettere in rete by dasar
Lettere d'amore, di saluto, di commiato, di augurio, di scuse; a parenti, politici, sconosciuti, amici, fidanzati, amanti, fantasmi ... insomma lettere di tutti i tipi e per tutti i gusti scritte da tutti noi o lette sui libri che amiamo.
Scrivete perché vi piace l'idea o per condividere una esperienza o un'emozione, per riannodare vecchi legami o per spezzarli definitivamente, oppure per cercarne di nuovi.




lunedì, 11 aprile 2005

Cara Giulia
Ho letto qualcosa del tuo lavoro, mi è piaciuto e continuo a leggerti: sono solo a dir poco contento che si sia riusciti a mantenere virtualmente vivo questo rapporto fra di noi...nonostante tutti gli attriti e le incomprensioni;
mi chiedo se...sono io che son stato così cieco da non accorgermi cosa covava in te, oppure...c'è stata un’esplosione di un qualcosa ultimamente.
Comunque sia...sono strabiliato!

Oggi mi rendo conto che...ho avuto la possibilità di  toccare con mano l'involucro di tanta...non saprei come definirla...sintesi di universo forse.
Mi sono abbeverato ad una fontanella e non ho visto cascate ed oceani di dolcezza...
Ho creduto di inalare boccate della tua anima cercandola nel tuo respiro non accorgendomi che respiravo galassie di amore e tenerezza.
Ho sperato di radicare in essa fluendo coi miei poveri semi. 
L'ho cercata dietro sguardi appannati, incantati...stordito, con stupida superficialità, unicamente dalla tua bellezza esteriore.
L'ho intravista forse nel tuo profilo mattutino, nel sonno sereno che non ho osato disturbare, seppure la voglia di pulsare all'unisono col tuo corpo fosse...dirompente.
Solo oggi amore...
mi rendo conto di aver fatto solo pochissimi timidi passi su di una stella accecante...immensa al di là di ogni mia misera percezione...
Grazie di accarezzare la mia mente, di innaffiarla quotidianamente col ricordo e la speranza.

lettera di Symphony | 11/04/2005 11:53 | commenti
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martedì, 14 dicembre 2004

Paura dell'amore

Gli uomini hanno paura dell’amore, hanno paura di com-promettersi (promettersi reciprocamente) con l’altro volto, di coinvolgersi (cambiare insieme) con l’altra persona in quella relazione esigente, “umana, troppo umana”, tanto da sembrar divina, che reclama libertà di pensiero, disposizione alla verità, purezza di atteggiamenti, volontà di comunicazione e freschezza-limpidità di comportamenti.

Hanno paura di essere sedotti dalla comunione che richiede sinceritĂ  di intenti, chiarezza e coerenza di significati, affidamento senza riserve, pienezza di essere e potenza di esistenza.

Hanno paura di esporsi alla debolezza e diversità dell’altro perché hanno paura del proprio limite e della propria libertà.

Hanno paura di mescolare il sangue, di toccare i corpi, di dilatare le menti e di fondere gli spiriti.

Hanno paura di sentirsi vivi, hanno paura del compiersi stesso della vita.

Questa paura li porta a difendersi dagli altri, a rifiutare o, peggio ancora, a evitare garbatamente la relazione esigente e implicante, a concentrare tutti gli sforzi per il benessere e la felicitĂ  solo in se stessi, quindi a fare il male per difendersi dalla paura della comunione, dalla paura della perdita, dalla paura della morte.

Il male si ingigantisce, penetra in ogni minuscola particella del reale fino a scoppiare, fino a rendere prima insopportabile e poi insostenibile la vita ipocrita e falsa della gente della cittĂ  di Caino, costruita per difendersi dal fratello, per evitare di intercettare il suo sguardo che potrebbe dirti la veritĂ  e farti commuovere.

Il male dovrà spurgare tutto, fino all’ultima goccia, affinché gli uomini possano comprendere una volta per tutte che la vera follia è la paura della libertà e dell’amore, affinché possano capire che non ha senso temere quanto di più bello e prezioso è depositato nel profondo del proprio essere.

lettera di ruminantepensiero | 14/12/2004 10:34 | commenti (5)
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mercoledì, 27 ottobre 2004

Parole

Parole ... minuscole parti di sé ... trattenute a stento ... sparate perentorie ... ingoiate, amare ...

parole non dette ... parole che vogliono dare corpo a desideri, emozioni, ..... parole che vogliono abbracciare l'altro …

parole: frecce acuminate o balsamo per l'anima ...

fuggono parole dalla mia bocca, i miei denti le trattengono a fatica,

i miei orecchi le vogliono sentire, i miei occhi le vogliono contemplare,

la mia mente annulla la volontĂ , e son nuovamente libere.

lettera di ruminantepensiero | 27/10/2004 14:29 | commenti (1)
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giovedì, 14 ottobre 2004

SEME

Minuscolo.
Minuscolo e invisibile
lui seme
che affonda ...
E' lì la sua dimora,
eppure
al sicuro non si sente
occultandosi
difende
da chi?
la sua minuzia
e la sua incalcolabile potenza.
...
Deve, lo sa, scoppiare,
marcire e trasalire
nel rigoglio.
- Qual'è la mano
che ha gettato la sementa?
e lui è dentro il solco
o caduto casualmente
e sperso?- non c'è differenza,
comanda la necessitĂ ,
morire e dar nascimento.
E' umile, trattiene
quasi timoroso il fiato
l'anno del suo cominciamento,
sta sospeso, esita
sopra se stesso il mondo,
vige un intimo
raccoglimento di tutte le sue forze
tra la palta e l'acqua
l'acqua e gli astri.
... giĂ  sente spigare
da sé il prossimo frumento,
il campo oro-meriggio,
oh dolore, oh felicitĂ .
Chi vive questo? chi pensa?
Chi ordina? chi parla?
...
Non ha importanza chi sia
l'autore della vita,
la vita è anche il proprio autore.
La vita è.

lettera di ruminantepensiero | 14/10/2004 13:28 | commenti (1)
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giovedì, 02 settembre 2004

Fassino è d'accordo con Prodi, Rutelli è d'accordo con Prodi, Cossutta è d'accordo con Prodi, Castagnetti è d'accordo con Prodi, Pecoraro è d'accordo con Prodi, anche Bertinotti stavolta è d'accordo con Prodi, Veltroni poi, non ne parliamo quanto è d'accordo con Prodi. Qualcuno mente, il bello è capire chi. (jena)

lettera di psikonum | 02/09/2004 19:56 | commenti (2)
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mercoledì, 07 luglio 2004

Benvenuta Signorina Olgat. Miss Nastenka in questo periodo è fin troppo occupata. Abbia pazienza e tutto le sarà spiegato a tempo debito.

Ho un abbassamento di voce, colpa dell'aria condizionata del pub. I tempi non sono dei migliori. Abbiate pazienza quindi se il mio pianoforte non risuonerĂ  di ragtime, ma di melodie tristi.
Naturalmente non potrò fare vocalizzi di nessun tipo...buon per voi!

Buona giornata.

p.s.: Sig Antonio, se una certa Amita mi cerca, le dica che non ci sono. Menta spudoratamente, tanto è abituato. E' una bella ragazza...gliela darei comodamente in pasto se solo mi andasse a genio. La situazione...non lei, sig Antonio.

[di MissPansy - lasciato anche su Stracci ]


lettera di Diana | 07/07/2004 16:07 | commenti
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mercoledì, 23 giugno 2004

Al poeta che canta


Le parole delle canzoni sono quasi sempra insignificanti.
E appena ci metti un po' d'intelligenza fanno a gara per chiamarti poeta.
[Paul Simon]


Mi sono chiesta tante volte cosa farei se t'incontrassi. Penso che ti toccherei, per sapere se sei vivo. Sì, sei vivo, esisti. Esiste una persona al mondo che pensa come me, osserva la vita con occhi simili ai miei, la scrive come la scriverei io. Solo che la scrive meglio. Perchè tu sei un poeta, per me. Che tu sia anche un musicista, che di mestiere tu scriva canzoni, per me è solo un dettaglio.

Quando parlo della mia passione per un più o meno giovane poeta (abbiamo la stessa età), ormai affermato musicista e compositore nel mondo della musica popolare brasiliana, gli altri mi guardano come si guarda una ragazzina troppo cresciuta. Non è facile capire l'intima relazione che si stabilisce tra una persona che crea musica e parole e un'altra che le sente e le fa proprie.

Il fatto è che le note della tua musica mi fanno percepire quella che sono veramente. Ho dovuto imparare la tua lingua, per capire i tuoi testi, ed è stato un colpo, scoprire che esiste un altro, così differente, nato dall'altra parte del mondo, nutrito da un'altra cultura, così simile a me nel pensiero.

Parlo con le tue canzoni, le scompongo, le distruggo, le ricostruisco, le ricopio, le ristampo, ci riparlo. Ogni volta è una sensazione nuova.

Così, se ti incontrassi, il mio primo pensiero sarebbe scoprire cosa è che ci rende simili pur essendo cresciuti in condizioni tanto diverse. Queste sarebbero le mie domande, se mai tu avessi qualche risposta.


Cosa vuol dire nascere in un paese tropicale, avere caldo tutto l’anno, conoscere gente dalla pelle di ogni sfumatura di colore. Essere figlio di immigrati, accettare le proprie origini, e accettare quelle degli altri.

Cos’è essere bambino lì in Brasile, correre per le strade, battere il tempo sulle lattine. Avere paura. Se ricordi la tua infanzia, e come. E cosa ti ha cambiato, dal bambino che eri al poeta che sei.

Com’è che leggi tu. Quali poeti hai conosciuto, quelli della tua terra, quelli della mia; Dante, Leopardi, Shakespeare, a questi arrivo anche io, ma non a Carlos Drummond de Andrade, a Dante Milano; e tu, a Mario Luzi, a Stefano Benni.

Come ti sei sentito quando la prima canzone è uscita dalla tua chitarra. Che cosa hai pensato, cosa avresti voluto fare. Se hai sudato, ti sei sentito male. Se ti sei sentito bene.

Quanta passione c’è stata nella tua vita, e come è cambiata nel tempo. Come è rimasta in te viva, e come la fai vivere.

I tuoi figli, se ne hai. Quanti momenti di sgomento ti danno, che sia gioia, o dolore.

L’intuizione, che dici essere la scintilla da cui sgorga la tua musica: com’è quando arriva, cosa vedi, cosa ti fa vedere. Com’è il mondo delle note, sogno, realtà, immaginazione.


Quanta poesia c’è dentro la tua ironia, se le tue parole sono così graffianti, e poi una sola nota basta per sciogliere il sarcasmo dentro il sentimento, e parlare di amore, affetto, dignità e giustizia, povertà e sofferenza non ha differenza di toni, ma un solo, accorato richiamo.

Quanta incredibile gioia ti regala suonare, se sul palco sono solo sorrisi quelli che ti arrivano alle labbra, energia, calore, una felicitĂ  che si apre nel tuo viso e lo fa ritornare davvero bambino, anche tu un ragazzino mai cresciuto.

Cosa è più vero, quello che vuoi dire con la tua musica, o quello che vedi da sopra un palco. O quello che trovi tornando a casa.

Cosa vuol dire oggi, in questo secolo, essere un compositore popolare, riappropriarsi delle proprie radici. Cosa vuol dire averle, delle radici.


Parlerei sempre io, alla fine, in questa sdreusa conversazione. Perchè sono io, quella che ha voglia di raccontarsi. Tu hai la musica, la tua poesia. Ed io la uso per me, per quello che non so fare, e non so dire. Grazie, poeta mio.


Amore parola senza uso
vaccino per la peste
[Zeca Baleiro]















lettera di rioro | 23/06/2004 10:11 | commenti (1)
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